Intervista a Livia Candiani

chandra livia candiani

(a cura di Cristoforo Andreoli)

Chandra Livia Candiani, la donna che, secondo Vivian Lamarque, “non fa in tempo ad aprire bocca che nasce una poesia”, è nata a Milano nel 1952, dove vive tuttora.

In calce all’intervista forniremo tutta la produzione letteraria dell’autrice.

Chandra ha anche un “curriculum” di tutto rispetto nel Buddismo Theravada, essendo praticante da 22 anni a seguito di maestri del calibro di Ajahn Sumedho, Ajahn Sucitto, Ajahn Munindo, Ajahn Abhinando e Ajahn Chandapalo e i laici Corrado Pensa, Michèle MacDonald, Sharon Salzberg e Carol Wilson.

Nelle risposte che leggerete, Chandra mette a nudo la sua interiorità come forse non è mai avvenuto altrove.
La prosa poetica della Candiani ha scavato qui le verità più profonde della sua vita privata, lasciando una testimonianza di fede autentica che lascia senza fiato.

In questa intervista, Buddismo e Poetica tessono una tela sottile e inafferrabile, lacerando ogni certezza e lasciando trasparire la vera natura dell’esistenza di ciascuno di noi.

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1. Potrebbe riassumere il suo percorso nel Buddismo Theravada? Come è avvenuto l’incontro con questa fede? Come ha proceduto, a grandi linee, in questa via?

Avevo praticato la meditazione Vipassana per la prima volta in India nell’86 e mi aveva subito toccato. Era stato come sentire di essere tornata a casa. Strano finire in India, non trovare quello che cercavo, sentirmi sola e poi, attraverso semplici istruzioni di stare col respiro senza modificarlo e con le sensazioni fisiche così come sono, sentire di entrare in qualcosa di conosciuto da sempre, ma poi smarrito e tanto inutilmente cercato nei luoghi e nelle situazioni più varie e infine eccolo lì: a casa nel corpo, a casa nell’intimità con se stessi e in quello strano insieme di misteriosa vicinanza e di tenera distanza in cui il mondo si rivelava respirando.

Poi nell’estate del ’92, tornata in Europa, ho cercato di approfondire non solo la pratica, ma la visione entro cui la pratica trova senso. Partecipai a un ritiro di 21 giorni in Svizzera con Corrado Pensa, Carol Wilson e Fred von Halmen. La cosa che più mi toccò è stata l’etica, i cosiddetti precetti, nome orribile, ma realtà meravigliosa che ha dato una direzione e un orizzonte alla mia vita quotidiana. E poi la gentilezza, il silenzio in cui pian piano inoltrarsi, la semplicità di pratica e di vita. Mi sembrava che le cose sbocciassero senza sforzo.

Ho capito che era la mia strada, che la strada aveva trovato me; inviavo da tanto un desiderio, una richiesta all’universo e la risposta era arrivata. Ho proseguito, ho seguito tanti e tanti ritiri in Italia, in Svizzera, in Inghilterra, anche tre, quattro all’anno e d’estate per anni ritiri di 21 giorni o di 10. E’ arrivata la sofferenza, si è affacciata a poco a poco, mentre la pratica si rafforzava, mentre la fiducia negli insegnanti mi permetteva di raccontare la mia storia, la mia vita.

La pratica è stata nido e anche volo, mi ha protetto e mi ha esposto al massimo. Nel ’98, credo, sono partita per il Massachussets per un ritiro di tre mesi che mi ha cambiato la vita. Lì mi sono aperta a tutto il male che avevo accumulato da anni in me, all’ombra, e quando sono tornata ero un’altra. Anche la mia vita ha cominciato a cambiare. Ho saputo dire addio a una persona che avevo tanto amato, ma mi aveva tanto ferito, è stato un atto di spaventoso coraggio, ma non l’ho fatto io. Ho sentito che qualcosa mi guidava passo dopo passo.

In quel periodo, era il 2002, tradussi un libro di Ajahn Munindo, abate del monastero Ratanagiri in Northumberland, vicino alla Scozia. Andai a trovarlo e da allora è iniziata una serie di pellegrinaggi a quel piccolo monastero, che è stato il primo posto nel mondo in cui mi sia mai sentita a casa. Ora faccio un po’ meno ritiri, ma vado al monastero almeno una volta l’anno. Mi fa molto bene vivere la vita insieme ai monaci, mi dà il senso che la pratica è appunto vita quotidiana, non stato speciale della mente, non solo solitudine, silenzio. E’ lavare i piatti, fare il tè, parlare con qualcuno, correre nella neve, avere paura di sbagliare a cucinare per la comunità, per errore suonare l’allarme in tutto il monastero, interrompere i canti con una domanda inutile e vedere l’abate che ride tranquillo e continua a cantare. In monastero io posso essere piccola come sono, senza paura di essere derisa o aggiustata. La pratica è accogliere la vita così com’è, noi stessi come siamo, senza migliorarci, allora la trasformazione ha luogo.

2. A prima vista, la meditazione sembrerebbe un metodo per eliminare le “metafore” a favore della chiarezza e della semplicità della percezione. Ha mai temuto che l’immediatezza della meditazione attenuasse il suo istinto poetico?

Certo che l’ho temuto e per lunghi periodi ho anche smesso di scrivere. E’ stato importante smettere, importante capire cosa nella mia vita contasse di più. E contava la verità, la ricerca dell’essenza. Ho avuto e ho paura. Ma ho anche scoperto che la poesia che muore non è tutta la poesia, è quella che non è essenziale, che non bussa forte al petto.

Da un lato, ho meno paura di smettere di scrivere, perché la poesia è ora un po’ dovunque, nei luoghi impensati, compreso il cimitero e l’ospedale, la posta e la banca. E dall’altro so che non decido io di scrivere, la poesia arriva come conseguenza di uno stato raccolto e insieme esposto al mondo, come cosa che sboccia o esplode dall’incontro di due apparenti opposti. Se mi giro verso la luce, ma per mano a tutta la mia ombra, allora…

La metafora… più che altro la poesia usa immagini, si nasconde dietro visioni lievi per dire cose grandi, cerca parole per non buttarla nuda nel mondo la verità d’essere, per sfiorarla. E d’altra parte forse la meditazione è invece la più grande delle metafore, non è affatto letterale. Ogni volta che sto senza aggiungere e senza togliere niente con quello che il momento mi offre non è un’assoluta metafora di come vivere senza mettersi a discutere con la vita? La pratica non è tutta una metafora per insegnarci a rinunciare al sogno che ci vede sempre al centro dell’universo?

3. La sua poesia non appare esplicitamente legata al suo essere buddista. Questo la rende certamente più universale, comprensibile anche per i non buddisti. Si tratta di una scelta deliberata? Oppure vi sono delle convergenze nascoste tra il buddismo e la sua poesia?

Il buddhismo è la mia vita, non è una religione fuori di me a cui obbedisco o mi adeguo. Non potrei più seguire un percorso del genere, sono troppo vecchia. Certo c’è una connessione tra la poesia e la pratica e la visione del Buddha; ma non è voluta, altrimenti sarebbe una poesia ideologica. I miei nonni vengono dalla Russia, ho nel sangue l’orrore per il dogmatismo, per l’arte al servizio dell’idea. Sono naturalmente eretica, scelgo. Non scrivo volantini che vanno a capo, convinzioni in versi. Semmai l’opposto, scrivo perdendo convinzioni, lasciandomi sorprendere dalla scrittura stessa, scoprendo cosa il Buddha sa in me.
Spesso ho sentito che o il Dhamma è grande come la vita e magari anche un tantino di più, o non è la mia strada. Forse è presunzione, ma a me sembra fierezza di essere umano, non voglio seguire dogmi e opinioni, voglio sperimentare e lasciarmi guidare da chi sperimenta e ha sperimentato prima e più di me.

Dove sento odore di potere, di sacrestia, di cieca obbedienza o di ambizione mondana, semplicemente scappo. Sono piccola, nella pratica, un bambino di cinque, sei anni. Ho una relazione diretta col Buddha, gli parlo, gli chiedo, gli urlo, mi arrabbio. Mi risponde quasi sempre. Il Risveglio vive in me, come in tutti, nessuno può prenderne il posto, al massimo può aiutarmi ad avvicinarmi di più, ad ascoltare più nudamente, con più precisione. Ma ho bisogno di respirare ampia e sciolta. Appena sento l’ambiente ristretto, i modi di dire, le domande: “Hai fatto il ritiro con…? Hai avuto l’iniziazione da…?” me ne vado. Ho bisogno di compagni che mi chiedano: “Come va? Dove sei andata in vacanza? Ti piace il tuo lavoro?”

Ricordo di essere andata a un seminario spirituale dove non conoscevo nessuno, incontro un vecchio amico che conosceva invece tutti quanti. Ci salutiamo, e lui subito mi racconta di aver avuto una grande esperienza e realizzazione spirituale. “Ah va bene…” dico un po’ imbarazzata. Poi lui se ne va, si siede e guarda nel vuoto con un sorriso beato. Io mi ritrovo sola, tra gente sconosciuta che non mi parla e non mi avvicina. Penso: “Bhé vorrei un amico che con o senza realizzazione spirituale mi tocchi la mano, mi porti un po’ in giro con sé, mi presenti agli altri.”

Ecco, quello che voglio dire è che seguo un percorso interiore che per me si manifesta ora come Buddhismo Theravada, ma potrebbe svoltare e chiamarsi in un altro modo, non ho controllo, sono fedele, ma aperta, e quello che conta per me sono le qualità umane.

4. Ho appena letto “Bevendo il tè coi morti”. Si arriva meglio a comprendere una madre grazie alle pratiche buddiste o scrivendone una sconvolgente poesia?

C’è una punta di provocazione nella sua domanda? Lo so, le mie poesie, soprattutto quelle su mia madre, non sono carine e nemmeno equanimi. Ma sono vere. Mia madre è scivolata lentamente e inesorabilmente nella follia. L’ho accompagnata. Malamente. Sbagliando e risbagliando, arrabbiata, feroce, candida, innamorata, devota, spaventata. Ma l’ho accompagnata. Non l’ho lasciata sola. La pratica buddhista mi ha aiutato enormemente in tutte le relazioni, non solo in quella con mia madre. Mi ha dato una visione d’insieme, una prospettiva, un’educazione sentimentale, un’etica, un grande spazio. Ma avrà già capito che io non faccio la buona, aspetto che la bontà arrivi, quando vado al nocciolo, quando attraverso tutta la mia cattiveria, eccola lì la bontà, la nostra vera natura. Se mi fermo prima, se mi dipingo di bianco, mi faccio un male tremendo e prima o poi presento il conto anche agli altri. E’ stato sentendo di voler spingere mia madre giù dalla finestra o di volerle urlare a pieni polmoni, che ho potuto sentire che l’amavo, che la follia divorava tutto tranne quel legame sacro.

Se ho paura del buio, vedrò solo lucine tenui, candeline. Se m’immergo nella notte, vedrò la luce abbagliante del giorno. Non solo, penso che la notte abbia la sua luce. Quello che sto cercando ora è la luce nera della notte, la liberazione dentro la sofferenza, la pace nell’incubo. Mando questo desiderio nell’universo, ho fede che qualcuno verrà a prendermi, ad addestrarmi il cuore, mi è sempre successo così.
Una sconvolgente poesia aiuta a sapere dove si è, a non essere scolastici, a essere amici di tutti quelli che fanno fatica a vivere, a stare. La pratica buddhista è una sconvolgente poesia.

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Bibliografia:

Le poesie di Livia Candiani sono in: “Antologia della poesia femminista italiana” Savelli, 1978. “Poesia degli anni settanta” Feltrinelli, 1979. “La pratica del desiderio” Sascia, 1986. “Sette poeti del premio Montale” Crocetti 2002.

Suoi libri sono: “Fiabe vegetali” Aelia Laelia, 1984. “Una poesia” Il pulcino elefante, 1996. “Ritratto” Il pulcino elefante, 1998. “Sonatina per gatto” Il pulcino elefante, 2004, Il libro di fiabe “Sogni del fiume” La biblioteca di Vivarium, 2001, “Io con vestito leggero” Campanotto, “La porta”, la Biblioteca di Vivarium 2006, “Bevendo il tè con i morti” Viennepierre, 2007.

Nel 2001 ha vinto il premio Montale per l’inedito.

Ed ecco infine la sua notevole produzione di traduttrice e prefatrice di testi buddisti:
Chandra Livia Candiani per Mondadori ha tradotto: “Wumenguan, i precetti segreti del koan Zen” di Thomas Clerry, Oscar Mondadori 2002; di Glassman Roshi “Il cerchio infinito”, Oscar Mondadori 2003; del Dalai Lama “Trasformare la mente”, Oscar Mondadori 2005; del Dalai Lama “Molte via al Nirvana”, Oscar Mondadori 2006; di Pema Chodron di Pema Chodron “Il risveglio del cuore”, Oscar Mondadori 2004; “Consigli a un guerriero compassionevole”, Oscar Mondadori 2005; “Libertà illimitata” di cui ha scritto anche l’introduzione, Oscar Mondadori 2006; e sempre di Pema Chodron “Come praticare la pace in tempo di guerra” di cui ha pure scritto l’introduzione, Oscar Mondadori 2007; Pema Chodron “Senza perdere tempo”, Oscar Mondadori 2008; di Cheri Huber “Il dono della depressione”, Oscar Mondadori 2006; “In te non c’è nulla di sbagliato”, Oscar Mondadori 2007; “Non avere paura”, Oscar Mondadori 2007. “Non è obbligatorio soffrire”, Oscar Mondadori 2008. “Cambia rotta!” Oscar Mondadori 2008. “Non lasciarti cadere: buttati!” Oscar Mondadori 2008. Ha tradotto di Ajahn Munindo “Il dono del benessere”, Astrolabio Ubaldini 1999 e “Libertà inattesa”, Astrolabio Ubaldini 2006; per le pubblicazioni del monastero buddhista Santacittarama “Dhammapada per la contemplazione” una versione di Ajahn Munindo dei versi attribuiti al Buddha.

PREMIO BAGHETTA – Seconda Edizione

 

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Pubblico volentieri questa lettera che mi è stata trasmessa da una cara amica del Sangha. 

Cara Livia,
Sono contenta che tu sia quella della foto, perché quel viso mi sembrava giusto per te, nelle tue poesie ci sono passeri e cinguettii e anche tu sembri un po’ passero.

Quando ho letto la tua intervista, sono rimasta in silenzio, non c’era più niente da dire.
In silenzio avrei voluto prenderti per mano, o essere con te in quel monastero a lavare i piatti…

E avrei voluto esserti vicino, ogni volta che una persona ‘illuminata’ ti ha lasciata sola, perché anch’io ho provato quel senso di abbandono e di chiusura, che ti fa dire: non è così che voglio diventare, preferisco restare come sono.
Anche se ora ho capito che ci sono persone che nella gioia si aprono a tutti, altre che si chiudono.
Quelle, sono persone che in un’altra epoca o luogo si sarebbero ritirate in solitudine, in una grotta.
Questo è inconcepibile per un carattere come il nostro.

Purtroppo il mio silenzio è finito e ora scrivo, ho la faccia tosta di scriverti, a modo mio, ma non sono per niente a disagio, perché so che mi capirai, indipendentemente da come ho scritto.

Mi sento molto simile a te, forse perché siamo così tutte uguali… o forse perché le persone simili si ritrovano, alla fine.

Uso le tue parole per descrivermi:

…Ho capito che era la mia strada, che la strada aveva trovato me;inviavo da tanto un desiderio, una richiesta all’universo e la risposta era arrivata.

….E poi la gentilezza, il silenzio in cui pian piano inoltrarsi, la semplicità di pratica e di vita. Mi sembrava che le cose sbocciassero senza sforzo.

…Ho saputo dire addio a una persona che avevo tanto amato, ma mi aveva tanto ferito, è stato un atto di spaventoso coraggio, ma non l’ho fatto io. Ho sentito che qualcosa mi guidava passo dopo passo.

…sono fedele, ma aperta, e quello che conta per me sono le qualità umane….

…posso essere piccola come sono, senza paura di essere derisa o aggiustata…

…Spesso ho sentito che o il Dhamma è grande come la vita e magari anche un tantino di più, o non è la mia strada. Forse è presunzione, ma a me sembra fierezza di essere umano, non voglio seguire dogmi e opinioni, voglio sperimentare e lasciarmi guidare da chi sperimenta e ha sperimentato prima e più di me…

… ho fede che qualcuno verrà a prendermi, ad addestrarmi il cuore, mi è sempre successo così.

Ecco, questa sono anch’io.

Capisci perché le tue poesie mi sono tanto piaciute?
Semplicemente, ho riconosciuto le cose che dici.

In un libro ho letto che la creatività si fonda sui balzi quantici, e sento che è così.
Quando un artista scrive, dipinge, non porta alla luce quello che ha dentro, ma si reca in quel luogo accessibile solo a persone dotate di una sensibilità particolare, e raccoglie quel tesoro, che trasformato dal suo cuore, estro, intelligenza, sensibilità viene donato a tutti.
Quindi un artista, secondo me, interpreta ma il messaggio viene dal Divino.
L’artista è il primo a meravigliarsi della sua opera, a chiedersi: ma chi ha fatto questo?

“…più che altro la poesia usa immagini, si nasconde dietro visioni lievi per dire cose grandi, cerca parole per non buttarla nuda nel mondo la verità d’essere, per sfiorarla.”

Sì, tu fai questo, con la tua poesia.

Grazie quindi, Livia, per il bel messaggio che ci hai dato, con il tuo modo di essere, con quello che scrivi, perché questo è un grande insegnamento e un bell’esempio che ci sprona a proseguire con ancora più entusiasmo.

Chissà se un giorno potremo davvero lavare i piatti insieme?

Ti abbraccio forte, grazie
Maria Teresa

6 pensieri su “Intervista a Livia Candiani

  1. Pingback: Chandra Livia Candiani, Salvare la parola | La poesia e lo spirito

  2. daniela

    Ma che vuoi che dica … è bellissimo , è bellissimo è così è così !! Io fino ad oggi non la conoscevo .. stamani una amica ha pubblicato una sua poesia , sulla sua paginetta , io l’ho letta e le ho chiesto di inviarmela . L’ho subito riconosciuta . Conosco tutto quello che dice , è così . Sono anche io una praticante da circa trenta anni … alla fine il dolore si è mostrato tutto , mi voleva divorare ,mi aveva pietrificato e io sono stata con lui ……. poi molto dopo ancora al buoi ma con il sapore di luce sulla pelle si è scritta la mia prima vera poesia .Ma questo e solo il momento per dire a Livia grazie . Brava Livia ti andrò a cercare e leggere . Con il cuore Daniela .

  3. Cara Livia , già una volta ho inviato a te una mia richiesta e adesso di nuovo . Vorrei essere informata se darai un tuo seminario di meditazione . Vorrei partecipare . Pratico la meditazione da lungo tempo e mi è capitato di scrivere poesie che traducevano a volte la stessa qualità di intuizione toccata in meditazione . Mi piacerebbe conoscerti . I miei saluti e auguri , spero che stai bene , grazie Daniela .

  4. M. Grazia Gazzoldi

    Cara Livia,
    questa mattina “uomini e profeti” mi ha fatto un vero dono: la tua parola.
    Il tuo pensiero e’ il mio; le assenze della vita ,purtroppo subite,sono presenze vive e quello che poteva essere solo dolore e’ dentro me gioia profonda,nonostante tutto.
    Ti abbraccio,
    M. Grazia

  5. adele musi

    Ho ascoltato l’intervista di Gabriella Caramore a Livia Candiani, che non conoscevo. Ne sono rimasta coinvolta e al più presto la conoscerò attraverso la sua Poesia. Splendida ed emozionante intervista.

  6. Pingback: Allacciami. Sono il tuo bottone | cecilia macagno

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